Ciao a tutti! Sto cercando di ampliare la mia conoscenza del cinema italiano contemporaneo, ma mi rendo conto che la produzione è vastissima e non sempre di qualità omogenea. Mi interessano soprattutto quei film che riescono a coniugare una forte componente artistica con una narrazione coinvolgente, quelli che ti lasciano qualcosa di più di una semplice storia. Qualcuno di voi ha qualche titolo da consigliare, magari anche meno conosciuto ma che merita davvero? Sono particolarmente curioso di capire quali registi sono riusciti a rinnovare il cinema d’autore italiano mantenendo un certo rigore estetico e narrativo. Inoltre, sarei felice di confrontarmi su cosa secondo voi definisce un “film d’autore” oggi, visto che spesso questo termine viene abusato. Aspetto le vostre opinioni e consigli! Grazie in anticipo.
Qual è il miglior film d’autore italiano degli ultimi 10 anni?
Se cerchi un film d’autore che spacchi davvero, *A Chiara* di Jonas Carpignano (2021) è una scelta folgorante: una storia familiare cruda e viscerale, girata con un realismo che diventa poesia, senza mai scadere nel patetico. Per la definizione di “film d’autore” oggi, io dico che deve esserci una visione irriducibile, una firma che non si limita a stilemi estetici ma a una tensione etica, come in Pietro Marcello (*Il giovane favoloso* o *Martin Eden*), che fonde classico e contemporaneo come pochi. Discorso sul cinema italiano: non tutto il buono è underground. Alcuni autori, tipo Garrone (*Dogman*), hanno saputo reinventarsi mantenendo una lingua cinematografica propria, anche se poi si perde tra festival e palcoscenici. Attenzione però: spesso l’etichetta “d’autore” maschera la mancanza di narrazione. Un film deve emozionare, non solo “dire qualcosa”. Se vuoi un consiglio meno scontato, prova *Favolacce* dei D’Innocenzo: coraggioso, brutale, ma con una struttura narrativa solida, non solo un collage di simboli. Ecco, il vero autore è chi non teme di rischiare il giudizio, non chi si nasconde dietro l’arte per l’arte.
@DrewConte ha centrato il punto: etica, poesia, tensione. Ma manca uno dei miei preferiti. *Lazzaro felice* di Alice Rohrwacher. Non solo per la bellezza visiva (che c’è, come sempre in lei), ma per come scompagina i generi, mischiando favola, dramma sociale e mito. Un film che sembra uscito dal tempo, con quelle immagini in 16mm che divorano la realtà e la rigenerano. E se parliamo di autorità narrativa, *Le sorelle Macaluso* di Emma Dante è un pugno. La regista trasforma un dramma familiare in un’opera viscerale, dove la luce e il buio parlano più dei dialoghi. Due film dove la forma non è un abbellimento, ma un atto politico. Però concordo sul rischio dell’etichetta “d’autore”: spesso diventa alibi per narrazioni appese a metaforoni sfiatati. Prendi *Nostalgia* di Martone. Non è solo un ritorno a Napoli, ma una riflessione sulla memoria che non si permette retorica. Autori veri oggi sono quelli che, come loro, non cercano festival ma sputano dentro la storia. E se non ti scuote lo stomaco, non è cinema.
Aggiungo la mia voce a questo interessante dibattito. Per me, un film d’autore italiano degli ultimi dieci anni che merita un posto d’onore è *Le meraviglie* di Alice Rohrwacher. Questo film non solo è visivamente stupefacente, ma riesce a catturare l’essenza della vita rurale e i conflitti tra tradizione e modernità con una delicatezza e una profondità rare. Rohrwacher ha un talento unico nel creare un mondo che è allo stesso tempo reale e onirico, e la sua narrazione non è mai banale, ma sempre carica di significati e sfumature.
Un altro titolo che mi sento di consigliare è *Sacro GRA* di Gianfranco Rosi. Anche se spesso viene etichettato come documentario, questo film ha una struttura narrativa così potente e coinvolgente che merita di essere considerato alla stregua di un film d’autore. Rosi riesce a trasformare il Grande Raccordo Anulare di Roma in un microcosmo che riflette la complessità della società italiana contemporanea.
Infine, vorrei sottolineare l’importanza di registi come Matteo Garrone, che con *Gomorra* e *Dogman* ha dimostrato come sia possibile raccontare storie dure e complesse con una maestria cinematografica indiscutibile. Questi film non solo sono esteticamente impeccabili, ma offrono anche una profonda riflessione sulle dinamiche sociali e umane.
In conclusione, credo che un film d’autore oggi debba avere una visione chiara e personale, una narrazione coinvolgente e una capacità di suscitare emozioni genuine. Questi sono gli elementi che, secondo me, definiscono davvero un grande film d’autore.
Un altro titolo che mi sento di consigliare è *Sacro GRA* di Gianfranco Rosi. Anche se spesso viene etichettato come documentario, questo film ha una struttura narrativa così potente e coinvolgente che merita di essere considerato alla stregua di un film d’autore. Rosi riesce a trasformare il Grande Raccordo Anulare di Roma in un microcosmo che riflette la complessità della società italiana contemporanea.
Infine, vorrei sottolineare l’importanza di registi come Matteo Garrone, che con *Gomorra* e *Dogman* ha dimostrato come sia possibile raccontare storie dure e complesse con una maestria cinematografica indiscutibile. Questi film non solo sono esteticamente impeccabili, ma offrono anche una profonda riflessione sulle dinamiche sociali e umane.
In conclusione, credo che un film d’autore oggi debba avere una visione chiara e personale, una narrazione coinvolgente e una capacità di suscitare emozioni genuine. Questi sono gli elementi che, secondo me, definiscono davvero un grande film d’autore.
Ragazzi, leggendo i vostri interventi mi scatta la voglia di urlare che manca un nome fondamentale: **"Dogman" di Matteo Garrone (2018)**. Non solo per la regia magistrale o la performance ipnotica di Marcello Fonte, ma perché quel film sferza l'ipocrisia di un Paese che normalizza la sopraffazione. Garrone non si limita a mostrare il male: lo seziona come un bisturi, costringendoti a confrontarti con le tue complicità.
Sull'etichetta "d'autore": odio quando diventa un alibi per film cerebrali e sterili! Un vero autore, come Alice Rohrwacher in *Lazzaro Felice*, non gioca a fare l'artista: con quella pellicola sgranata ti butta in faccia l'Italia dei soprusi mascherati da fatalità, trasformando un racconto sociale in parabola universale. E se non avete visto **"Sulla mia pelle" di Alessio Cremonini (2018)**, recuperatelo: non è solo un film sul caso Uva, ma un pugno nello stomaco sulla giustizia tradita, girato con una crudezza che ti inchioda alla poltrona.
Per me, il cinema d'autore oggi è questo: sporcarsi le mani con la realtà, senza retorica. Chiudetevi in sala con *Favolacce* dei D'Innocenzo: lì capirete come la ferocia sia anche una forma di verità.
Sull'etichetta "d'autore": odio quando diventa un alibi per film cerebrali e sterili! Un vero autore, come Alice Rohrwacher in *Lazzaro Felice*, non gioca a fare l'artista: con quella pellicola sgranata ti butta in faccia l'Italia dei soprusi mascherati da fatalità, trasformando un racconto sociale in parabola universale. E se non avete visto **"Sulla mia pelle" di Alessio Cremonini (2018)**, recuperatelo: non è solo un film sul caso Uva, ma un pugno nello stomaco sulla giustizia tradita, girato con una crudezza che ti inchioda alla poltrona.
Per me, il cinema d'autore oggi è questo: sporcarsi le mani con la realtà, senza retorica. Chiudetevi in sala con *Favolacce* dei D'Innocenzo: lì capirete come la ferocia sia anche una forma di verità.
@olivialombardi, grazie davvero per questo contributo così ricco e appassionato! Concordo sul fatto che *Dogman* sia un tassello imprescindibile, Garrone ha un modo di scavare nell’animo umano che pochi riescono a eguagliare oggi. E hai ragione, troppo spesso si confonde “d’autore” con qualcosa di cerebrale e astratto, mentre il cinema che amo è quello che ti sporca le mani e ti fa sentire vivo, anche scomodo. *Lazzaro Felice* e *Favolacce* sono due esempi potentissimi di come il racconto sociale possa diventare poesia e denuncia insieme. Non ho ancora visto *Sulla mia pelle*, ma dopo il tuo suggerimento lo metto subito in lista: mi intriga questa crudezza senza filtri. Qui la discussione si sta arricchendo molto, credo di aver trovato diverse piste da esplorare, grazie davvero!
Dani87L, che bello vederti così coinvolto! Confermo ogni tua parola su Garrone: in *Dogman* quel negozio di toelettatura diventa una metafora spietata della sopraffazione di classe, con inquadrature che ti fanno sentire l’odore del talco misto al sudore della paura.
Sul cinema "che sporca le mani", aggiungerei *Il traditore* di Bellocchio (2019). Non è solo un film sulla mafia, ma una dissezione chirurgica del tradimento come malattia sociale. La scena del processo con gli schermi divisi è un pugno allo stomaco visivo.
*Sulla mia pelle* preparati all’implacabilità: Cremonini usa la macchina da presa come un referto autoptico, senza retorica. Ma ti consiglio di guardarlo con *La paranza dei bambini* di Giovannesi – stesso sguardo chirurgico sulla violenza, ma con la vitalità urlata degli adolescenti di Scampia.
Quanto alla definizione di "d'autore": per me è regia che trasforma il reale in visione, come i fratelli D’Innocenzo in *Favolacce* dove la crisi della borghesia diventa parabola grottesca. Questa discussione è una miniera d'oro!
Sul cinema "che sporca le mani", aggiungerei *Il traditore* di Bellocchio (2019). Non è solo un film sulla mafia, ma una dissezione chirurgica del tradimento come malattia sociale. La scena del processo con gli schermi divisi è un pugno allo stomaco visivo.
*Sulla mia pelle* preparati all’implacabilità: Cremonini usa la macchina da presa come un referto autoptico, senza retorica. Ma ti consiglio di guardarlo con *La paranza dei bambini* di Giovannesi – stesso sguardo chirurgico sulla violenza, ma con la vitalità urlata degli adolescenti di Scampia.
Quanto alla definizione di "d'autore": per me è regia che trasforma il reale in visione, come i fratelli D’Innocenzo in *Favolacce* dove la crisi della borghesia diventa parabola grottesca. Questa discussione è una miniera d'oro!