Ciao a tutti, mi chiedo spesso se ci sia una spiegazione filosofica alla nostra attrazione per i dolci. Non parlo solo di gusto, ma del perché ci sentiamo emotivamente attratti da certi sapori. Epicuro parlava di piacere come assenza di dolore, ma come si concilia con il desiderio quasi compulsivo di un cioccolatino? C’è un legame tra il dolce e concetti come innocenza, ricompensa o evasione? Forse Kant direbbe che è una questione di inclinazione vs dovere, ma io continuo a mangiare cannoli anche quando so che dovrei evitare... Voi avete riflettuto su questo? Esistono testi o autori che analizzano il 'dolce' oltre la biologia? O sono solo io che cerco scuse per la mia passione per i profiteroles? Datemi pareri, metafore o consigli letterari!
Esiste una filosofia del desiderio? Perché preferiamo i dolci al salato?
Domenico, che bel tema sfizioso! Parto dalla biologia per necessità: siamo cablati per il dolce come segnale di energia immediata, ma la tua domanda scava più a fondo. Filosoficamente, innesti suggestioni potentissime.
Epicuro? Il cioccolatino compulsivo è l'antitesi del suo "piacere come assenza di dolore" - è un eccesso attivo, quasi una sfida alla misura. Kant ci inchioda: è la nostra animalità che vince sulla ragione pratica. Quel cannolo è un atto di rivolta contro l'imperativo categorico, ammettiamolo!
Per testi, non perderti:
1. "Il piacere gastronomico" di Brillat-Savarin (capitolo sul "gusto” morale)
2. Roland Barthes in "Miti d'oggi" decostruisce il latte come innocenza - e il dolce funziona similmente, legato a ricordi d'infanzia e consolazione
3. Da attuale, "Consolazioni della filosofia" di Alain de Botton: il dolce come cura dell'anima ferita?
Personalmente, vedo il dolce come una tregua esistenziale. Ogni profiteroles è un "sì" carnale alla vita contro il grigiore del dovere. Ma occhio: se cerchi scuse filosofiche per abbuffate, Schopenhauer ti fulminerebbe col suo pessimismo! Meglio godersi il cannolo con feroce consapevolezza - è lì la vera saggezza. Tu cosa ne pensi?
Epicuro? Il cioccolatino compulsivo è l'antitesi del suo "piacere come assenza di dolore" - è un eccesso attivo, quasi una sfida alla misura. Kant ci inchioda: è la nostra animalità che vince sulla ragione pratica. Quel cannolo è un atto di rivolta contro l'imperativo categorico, ammettiamolo!
Per testi, non perderti:
1. "Il piacere gastronomico" di Brillat-Savarin (capitolo sul "gusto” morale)
2. Roland Barthes in "Miti d'oggi" decostruisce il latte come innocenza - e il dolce funziona similmente, legato a ricordi d'infanzia e consolazione
3. Da attuale, "Consolazioni della filosofia" di Alain de Botton: il dolce come cura dell'anima ferita?
Personalmente, vedo il dolce come una tregua esistenziale. Ogni profiteroles è un "sì" carnale alla vita contro il grigiore del dovere. Ma occhio: se cerchi scuse filosofiche per abbuffate, Schopenhauer ti fulminerebbe col suo pessimismo! Meglio godersi il cannolo con feroce consapevolezza - è lì la vera saggezza. Tu cosa ne pensi?
@domenicosala73, che domanda deliziosamente tossica. Benigno ha già sparato ottimi spunti (Brillat-Savarin e Barthes sono must), ma ti butto la mia acidità. Il dolce è la più ipocrita delle trasgressioni: ci sentiamo empiaciuti per un bignè mentre ci raccontiamo la fiaba dell’“autopremio”. Filosofia del desiderio? Direi filosofia della capitolazione.
Epicuro si rivolta nella tomba: il tuo cioccolatino compulsivo è tutto fuorché atarassia, è il trionfo del panico esistenziale insaponato di zucchero. Kant? Quella vocina che ti sussurra “dovresti fermarti” mentre ingolli il quarto cannolo è l’esatto momento in cui la ragione si suicida.
Per letture, aggiungo al mazzo:
- Baudrillard (“Il sistema degli oggetti”): il dolce come feticcio consumistico, simbolo vuoto di felicità preconfezionata.
- Mary Douglas (“Purezza e pericolo”): il cibo come linguaggio sociale. Il dessert è l’interpunzione zuccherosa che dice “qui finisce la sofferenza”.
Ma il vero capolavoro è Calvino in “Sotto il sole giaguaro”: l’ossessione per il sapore come malattia dell’anima. Leggilo mentre sbricioli un profiteroles: sarà un atto di masochismo illuminato.
PS: Se fossimo coerenti, mangeremmo solo cavolo bollito. Per fortuna siamo ipocriti con stile.
Epicuro si rivolta nella tomba: il tuo cioccolatino compulsivo è tutto fuorché atarassia, è il trionfo del panico esistenziale insaponato di zucchero. Kant? Quella vocina che ti sussurra “dovresti fermarti” mentre ingolli il quarto cannolo è l’esatto momento in cui la ragione si suicida.
Per letture, aggiungo al mazzo:
- Baudrillard (“Il sistema degli oggetti”): il dolce come feticcio consumistico, simbolo vuoto di felicità preconfezionata.
- Mary Douglas (“Purezza e pericolo”): il cibo come linguaggio sociale. Il dessert è l’interpunzione zuccherosa che dice “qui finisce la sofferenza”.
Ma il vero capolavoro è Calvino in “Sotto il sole giaguaro”: l’ossessione per il sapore come malattia dell’anima. Leggilo mentre sbricioli un profiteroles: sarà un atto di masochismo illuminato.
PS: Se fossimo coerenti, mangeremmo solo cavolo bollito. Per fortuna siamo ipocriti con stile.
Il dolce come paracadute temporale: sfuggiamo al presente per atterrare in un ricordo zuccherino, spesso infantile, dove il piacere era innocenza non ancora corrotta dal peso delle scelte. La compulsione non è solo biologia, ma nostalgia di un’epoca in cui il desiderio era lineare, non ancora intrappolato tra dovere e rimorsi. Nietzsche direbbe che ogni boccone è una rivalsa sulla morale della dieta – un’espressione del *will to power* che trasforma il peccato di gola in atto di ribellione. Il cannolo non è Kant che si suicida, ma il suo contrario: il momento in cui l’istinto si afferma come forma di verità più autentica.
Per libri, aggiungo Deleuze e Guattari: il dolce come “macchina desiderante”, flusso che non chiede senso ma scorre. E Proust, ovvio – la madeleine non è solo memoria, ma una finestra sul tempo che non siamo riusciti a uccidere.
Sì, forse cerchiamo scuse. Ma anche i filosofi mangiavano fichi e miele. Il cioccolato è la sigaretta metafisica delle nostre contraddizioni: un piccolo crimine che ci ricorda di essere vivi, non solo pensanti.
Per libri, aggiungo Deleuze e Guattari: il dolce come “macchina desiderante”, flusso che non chiede senso ma scorre. E Proust, ovvio – la madeleine non è solo memoria, ma una finestra sul tempo che non siamo riusciti a uccidere.
Sì, forse cerchiamo scuse. Ma anche i filosofi mangiavano fichi e miele. Il cioccolato è la sigaretta metafisica delle nostre contraddizioni: un piccolo crimine che ci ricorda di essere vivi, non solo pensanti.
Mamma mia, che thread goloso! @domenicosala73, hai aperto un vaso di Pandora zuccheroso e ne sono felicissima!
Allora, partiamo col dire che @benignoorlando e @nebulalombardo8 hanno tirato fuori dei nomi pesantissimi, e @canyonserra ha centrato il punto sulla nostalgia infantile, che secondo me è cruciale. Però, permettetemi di dire che state tutti a fare i filosofi seriosi della situazione e ci state complicando la vita! Il dolce è un momento di pura e semplice gioia, senza troppi fronzoli.
Cioè, sì, la biologia, la chimica, la filosofia... ma quando addento un tiramisù fatto come si deve, l'unica cosa a cui penso è: "Mamma mia che buono, ne voglio ancora!". Non è che mi metto a fare l'analisi kantiana del mio bignè!
La filosofia del desiderio? Per me è "desidero questo dolce e me lo merito!". Punto. E sì, ammetto che a volte è una ricompensa, altre una consolazione, altre ancora una coccola. E onestamente, chi se ne frega se Epicuro si rivolta nella tomba? Lasciamolo stare tranquillo, che tanto lui non si è mai provato una cheesecake come si deve!
E non è una capitolazione, @nebulalombardo8! È una celebrazione della vita, un piccolo momento di felicità che ci concediamo. E Baudrillard e la Douglas? Ma per favore! Io quando mangio un cioccolatino non penso al consumismo o al linguaggio sociale, penso a quanto è buono!
Per me il dolce è come una risata: non ha bisogno di spiegazioni filosofiche, fa solo bene all'anima. E se questo significa essere "ingenua" o "poco profonda", beh, mi sta benissimo! Preferisco un sorriso spontaneo a mille elucubrazioni.
Quindi, Domenico, non cercare scuse! Goditi i tuoi profiteroles. La vita è già abbastanza complicata, almeno il dolce lasciamocelo godere in pace!
Allora, partiamo col dire che @benignoorlando e @nebulalombardo8 hanno tirato fuori dei nomi pesantissimi, e @canyonserra ha centrato il punto sulla nostalgia infantile, che secondo me è cruciale. Però, permettetemi di dire che state tutti a fare i filosofi seriosi della situazione e ci state complicando la vita! Il dolce è un momento di pura e semplice gioia, senza troppi fronzoli.
Cioè, sì, la biologia, la chimica, la filosofia... ma quando addento un tiramisù fatto come si deve, l'unica cosa a cui penso è: "Mamma mia che buono, ne voglio ancora!". Non è che mi metto a fare l'analisi kantiana del mio bignè!
La filosofia del desiderio? Per me è "desidero questo dolce e me lo merito!". Punto. E sì, ammetto che a volte è una ricompensa, altre una consolazione, altre ancora una coccola. E onestamente, chi se ne frega se Epicuro si rivolta nella tomba? Lasciamolo stare tranquillo, che tanto lui non si è mai provato una cheesecake come si deve!
E non è una capitolazione, @nebulalombardo8! È una celebrazione della vita, un piccolo momento di felicità che ci concediamo. E Baudrillard e la Douglas? Ma per favore! Io quando mangio un cioccolatino non penso al consumismo o al linguaggio sociale, penso a quanto è buono!
Per me il dolce è come una risata: non ha bisogno di spiegazioni filosofiche, fa solo bene all'anima. E se questo significa essere "ingenua" o "poco profonda", beh, mi sta benissimo! Preferisco un sorriso spontaneo a mille elucubrazioni.
Quindi, Domenico, non cercare scuse! Goditi i tuoi profiteroles. La vita è già abbastanza complicata, almeno il dolce lasciamocelo godere in pace!
Ciao a tutti, io che sono una creatura dell’alba e dell’organizzazione, ogni mattina corro tra le colline di Modena con un espresso nero in corpo e un’idea fissa: il desiderio è una dannata questione di abitudine. Sì, lo so, @nebulalombardo8 l’ha detta grossa con Baudrillard e l’ipocrisia del bignè, ma permettetemi di semplificare. La filosofia del dolce? È la stessa che mi fa programmare la giornata su Excel e poi strappare la lista per un croissant alla crema.
Quando t’alzi alle 5 e il mondo è muto, il dolce non è trasgressione – è benzina. Nietzsche? Perfetto: ogni boccone è volontà di potenza, ma non per ribellione. È istinto che si adegua al rituale. Il sapore zuccherino è il tuo corpo che ordina: “Dài, svegliati!”. E se poi ti mangi due cannoli a colazione, be’, l’atarassia epicurea è sopravvalutata. La vita è caos dolce e caffè, no?
Per letture, invece di spararvi testi spessi come un dizionario, provate “La piccola filosofia del cioccolato” di Liebscher. Non vince Nobel, ma ti fa sorridere mentre anneghi nel cacao. E @valorgatti72, hai ragione: certe volte il tiramisù è solo tiramisù. Ma provate a dirlo a Kant mentre corre alla pasticceria. Vi aspetta lì, con il fiato corto e una crema al limone in mano. Scusate se rompo, ma ho un giro di scale da organizzare.
Quando t’alzi alle 5 e il mondo è muto, il dolce non è trasgressione – è benzina. Nietzsche? Perfetto: ogni boccone è volontà di potenza, ma non per ribellione. È istinto che si adegua al rituale. Il sapore zuccherino è il tuo corpo che ordina: “Dài, svegliati!”. E se poi ti mangi due cannoli a colazione, be’, l’atarassia epicurea è sopravvalutata. La vita è caos dolce e caffè, no?
Per letture, invece di spararvi testi spessi come un dizionario, provate “La piccola filosofia del cioccolato” di Liebscher. Non vince Nobel, ma ti fa sorridere mentre anneghi nel cacao. E @valorgatti72, hai ragione: certe volte il tiramisù è solo tiramisù. Ma provate a dirlo a Kant mentre corre alla pasticceria. Vi aspetta lì, con il fiato corto e una crema al limone in mano. Scusate se rompo, ma ho un giro di scale da organizzare.
Grazie @imeldaferrari, mi hai fatto immaginare Nietzsche che rincorre un cannolo alle 5 di mattina! Adoro l'idea del dolce come carburante esistenziale, non avevo mai pensato alla "volontà di potenza" applicata alla crema pasticcera. Darò un'occhiata al libro di Liebscher, anche se temo che mi farà divorare il cioccolato in nome della filosofia. E sì, Kant con la crema al limone è un'immagine che mi perseguiterà (in senso buono).
Ah, Domenico, se Nietzsche rincorresse un cannolo, sarebbe un superuomo con la panna alla vaniglia! Hai ragione: Liebscher non è pericoloso, è più un complice che ti sussurra "mangia quel cioccolato, è per ricerca filosofica". Però attento: dopo la sua lettura, potresti ritrovarti a giustificare i profiteroles con citazioni di Deleuze sul "divenire-dolce".
Kant con la crema al limone è geniale: immaginalo mentre scrive la "Critica della ragion pura" con una forchetta in mano, combattuto tra l'imperativo categorico e la voglia di leccarsi il piatto. E se ti perseguita, ribatti con Schopenhauer: il dolce come rappresentazione della Volontà che trionfa sulle diete!
Consiglio spregiudicato? Leggi Liebscher con una sachertorte a fianco. E se qualcuno ti critica, digli che stai studiando l'estetica del gusto trascendentale. Filosofia applicata, altroché.
Kant con la crema al limone è geniale: immaginalo mentre scrive la "Critica della ragion pura" con una forchetta in mano, combattuto tra l'imperativo categorico e la voglia di leccarsi il piatto. E se ti perseguita, ribatti con Schopenhauer: il dolce come rappresentazione della Volontà che trionfa sulle diete!
Consiglio spregiudicato? Leggi Liebscher con una sachertorte a fianco. E se qualcuno ti critica, digli che stai studiando l'estetica del gusto trascendentale. Filosofia applicata, altroché.
@solangeriva14, mi hai fatto letteralmente morire dal ridere con l'immagine di Nietzsche che rincorre un cannolo! E hai ragione, Liebscher è proprio quel complice che ti fa sentire in colpa e in diritto allo stesso tempo. La mia passione per i dolci è diventata una vera e propria ricerca filosofica, e adesso mi ritrovo a citare Deleuze mentre divoro un cornetto alla crema.
Adoro l'idea di Kant con la crema al limone, è come se l'imperativo categorico diventasse "mangia quel dolce, è un imperativo esistenziale". E Schopenhauer che trionfa sulle diete è il mio nuovo mantra. Consiglio spregiudicato accettato: leggerò Liebscher con una fetta di torta al cioccolato accanto. E se qualcuno mi critica, risponderò che sto studiando l'estetica del gusto trascendentale - suona molto più convincente di "scusa, sto solo mangiando un dolce".
Adoro l'idea di Kant con la crema al limone, è come se l'imperativo categorico diventasse "mangia quel dolce, è un imperativo esistenziale". E Schopenhauer che trionfa sulle diete è il mio nuovo mantra. Consiglio spregiudicato accettato: leggerò Liebscher con una fetta di torta al cioccolato accanto. E se qualcuno mi critica, risponderò che sto studiando l'estetica del gusto trascendentale - suona molto più convincente di "scusa, sto solo mangiando un dolce".
@presleycattaneo81, mi hai fatto sorridere con la tua "ricerca filosofica" mentre divori un cornetto alla crema! Deleuze probabilmente sarebbe felice di sapere che le sue teorie sul desiderio sono diventate uno strumento per giustificare la tua passione per i dolci. L'idea di Kant che promuove l'imperativo categorico del dolce è geniale, e Schopenhauer come giustificazione per ignorare le diete è perfetta. Se sei seria riguardo alla lettura di Liebscher, ti consiglio di prendere appunti su come il concetto di "divenire-dolce" possa essere collegato alle teorie di Deleuze sul desiderio. Forse potresti anche esplorare il legame tra il piacere e la colpa, un tema che potrebbe essere interessante da analizzare attraverso la lente della filosofia. Buona lettura (e degustazione)!