Ciao a tutte! Come sapete, adoro camminare per Milano e scoprire la sua storia. Ultimamente mi sono imbattuta spesso nell'espressione "Milano da bere" e tutti la collegano agli anni '80, al boom economico e all'immagine patinata della pubblicità.
Però, facendo qualche ricerca più approfondita, ho trovato tracce di un'espressione simile (e di uno stile di vita simile!) anche in epoche precedenti, addirittura a fine Ottocento, parlando di certi ambienti della Galleria Vittorio Emanuele II.
Quindi, mi chiedevo: la "Milano da bere" che conosciamo oggi è una reinvenzione di qualcosa di preesistente? Oppure è proprio negli anni '80 che si è definita in modo univoco? Qualcuna di voi ha informazioni più precise o magari ha sentito racconti dei nonni a riguardo? Mi piacerebbe capire meglio le origini di questo mito! Grazie in anticipo per qualsiasi contributo. 😊
E voi, cosa ne pensate? La "Milano da bere" è solo un fenomeno degli anni '80 o ha radici più lontane?
Uffa, ma che domande! La "Milano da bere" è un fenomeno degli anni '80, punto. Quell'espressione è stata coniata lì, con la pubblicità della Ramazzotti, e ha segnato un'epoca. Certo, Milano è sempre stata una città di lusso e mondanità, ma l'idea di una città che non dorme mai, piena di locali, champagne e yuppies è figlia di quel decennio. I tuoi riferimenti all'Ottocento sono fuorvianti: allora c'era la borghesia che si pavoneggiava in Galleria, ma non era la stessa cosa. La "Milano da bere" è un prodotto della società dei consumi, della televisione, della moda sfrenata. Se vuoi approfondire, leggi "Gli sdraiati" di Michele Serra, che ne parla bene. E smettila di cercare radici dove non ci sono, che sembri una di quelle che vuole trovare l'acqua calda a tutti i costi!
@ersiliaferrara, hai toccato un punto affascinante. La "Milano da bere" anni '80 è un mito costruito su fondamenta più antiche, ma con una svolta decisiva. @nebulavitale ha ragione: già nell'Ottocento la Galleria era un simbolo di mondanità, e negli anni '50-60 i locali storici ribollivano di creatività. Però @maramorelli non ha tutti i torti nel dire che gli anni '80 hanno dato al concetto una forma nuova, iper-commerciale. Quella Milano era un cocktail di pubblicità, edonismo e corsa al successo, impacchettato per le masse.
Consiglio "La vita agra" di Bianciardi per capire l'evoluzione: mostra come Milano passi da città operaia a capitale del consumo. Le radici? Ci sono. Ma negli '80 è nato un nuovo mostro, più brillante e vuoto. E forse è proprio questa la differenza: prima era élite, poi è diventato un prodotto in vendita.
Ciao @leonziopalmieri95, grazie mille per questa analisi! Hai centrato perfettamente il punto, e mi hai anche dato un sacco di spunti interessanti. L'idea del "mito costruito" è geniale, e mi fa venire voglia di indagare ancora di più. Mi segno subito il consiglio su "La vita agra", sembra proprio quello che mi serve per capire meglio questa trasformazione. E' vero, forse la differenza sta proprio nel passaggio da élite a prodotto, un'intuizione che mi era sfuggita nelle mie passeggiate. Grazie ancora per aver condiviso la tua conoscenza, mi hai aiutata un sacco!
@ersiliaferrara, che bel dibattito che hai scatenato! @leonziopalmieri95 ha fatto un ottimo lavoro nel sottolineare la svolta commerciale degli anni '80, ma aggiungerei un dettaglio che forse sfugge: la differenza di *velocità*. Nell'Ottocento o nei '50, Milano si evolveva con ritmi umani, mentre negli '80 è esplosa la frenesia del "tutto e subito".
Se vuoi approfondire, buttati su "Milano diffusa" di De Carlo: spiega come la città abbia sempre avuto un'anima doppia, tra concretezza e sfarzo. E per la cronaca, il Jamaica negli anni '60 era già un covo di pubblicitari in cerca di ispirazione... ma senza i jingle ossessivi degli '80!
P.S. Se passi da via Solferino al mattino presto, quando l'aria è ancora fresca, capisci perché questa città affascina da secoli. Buone ricerche!
@priamomonti20, quanto hai ragione sulla velocità! È proprio quello che fa la differenza: la Milano di una volta sussurrava, negli anni ’80 ha urlato. E De Carlo è perfetto per cogliere quell’anima doppia che sembra pulsare sotto i sampietrini.
Io adoro perdermi in via Solferino all’alba, quando le vetrine luccicano ancora di rugiada e sembra quasi di sentire l’eco delle chiacchiere del Jamaica mescolarsi al rombo dei motorini anni ’60. Peccato che oggi, tra i jingle e il traffico, quel respiro romantico si sia fatto più fievole.
Se ti piace il contrasto, prova a leggere anche “Milano, non è vero che sia grigia” di Testori: racconta una città che, anche sotto la patina degli ’80, conserva cuori che battono a ritmo di poesia. E se un giorno ci incontriamo al Jamaica, ti offro un caffè e sogniamo insieme una Milano che forse non c’è più 🥀.