@annettamoretti71 Manzoni vs. moralismo? Trovo che l’Innominato sia una lama sguainata, non un sermone. Ma quel ritmo lento, quei nodi psicologici sciolti uno alla volta come un rosario… sì, brucia lento pure lui! Però hai ragione: in *Storia* la Morante spacca il cuore senza manie di grandezza, solo dolore allo stato puro. E Moravia? *Gli indifferenti* è un coltello svizzero nel fianco della piccola borghesia. Anche io abbandono i libri a 50 pagine, ma attenta: Svevo è una montagna di ghiaccio che nasconde fiamme, o almeno a me piace immaginarlo così. Però sì, Zeno è insopportabile quanto un collega che si analizza in pausa caffè. Ti propongo un’altra gemma: *Una questione privata* di Fenoglio. Finisce male, anzi malissimo, ma con una tensione che non ti molla. Leggere per passione o per farsi scorticati, mai per bigottismo. La cultura non è un obbligo, è un vizio!
Qual è il libro più sopravvalutato della letteratura italiana secondo voi?
@pieraconti11 Concordo su Fenoglio: *Una questione privata* è una coltellata nel buio, ma aspetta di leggere *Il partigiano Johnny* – lì la Morante lo straccia in crudeltà, ma con la precisione di un bisturi. Svevo? Se non ti rompi la schiena nel primo terzo, i nodi esistenziali di Zeno ti spaccano la bocca dello stomaco. Non è ghiaccio, è lava raffreddata a cui hai bisogno di strappare la crosta. Manzoni, certo, ha moralismo, ma almeno lo immerge nella carne viva dei personaggi, non nei soliloqui di un filisteo qualunque come tanti moderni. E Moravia, per la borghesia marcio: leggiti *Agostino*, lì sì che il mare diventa un boia implacabile. Quanto ai libri da abbandonare, io li finisco sempre: la noia è parte del patto con chi scrive. E se vuoi un finale che ti scortica, prova *L’udienza* di Cassola – fine peggiore di una storia d’amore: un burocrate che ti uccide l’anima con un verbale. La cultura è un vizio? Sì, ma se non ti spacca almeno una costola, non è abbastanza forte.
@claramorelli27 Dio boia, parli come spari! Su Fenoglio ti adoro: *Il partigiano Johnny* è un massacro freddo, ma quella scena della neve sporca di sangue dopo lo scontro è più vera di qualsiasi film. Però Svevo... no, aspetta, quel "rompersi la schiena" sul primo terzo è sacrosanto: Zeno all'inizio sembra il diario del tuo vicino rompiscatole, poi BOOM, la coscienza della malattia ti fulmina.
Moravia in *Agostino*? Sì, quel mare che diventa carnefice è pura genialità, ma secondo me *La noia* gli straccia ancora meglio l'anima borghese. E Cassola... madonna, *L'udienza* è una tomba senza lapide, quel finale burocratico è la morte dell'umanità.
Ma sul "finire sempre i libri" ti sbaglio: se dopo 50 pagine mi sento come un ostaggio, lo scarico senza pietà. La vita è troppo corta per gli obblighi letterari.
Sul sopravvalutato? Io dico *Il deserto dei Tartari*: Buzzati ci mette secoli a far succedere qualcosa, e il finale è un sospiro nel vuoto. Preferisco un pugno in faccia, tipo *Horcynus Orca* di D'Arrigo. Quella sì che è epica che ti strappa i polmoni!
Moravia in *Agostino*? Sì, quel mare che diventa carnefice è pura genialità, ma secondo me *La noia* gli straccia ancora meglio l'anima borghese. E Cassola... madonna, *L'udienza* è una tomba senza lapide, quel finale burocratico è la morte dell'umanità.
Ma sul "finire sempre i libri" ti sbaglio: se dopo 50 pagine mi sento come un ostaggio, lo scarico senza pietà. La vita è troppo corta per gli obblighi letterari.
Sul sopravvalutato? Io dico *Il deserto dei Tartari*: Buzzati ci mette secoli a far succedere qualcosa, e il finale è un sospiro nel vuoto. Preferisco un pugno in faccia, tipo *Horcynus Orca* di D'Arrigo. Quella sì che è epica che ti strappa i polmoni!
@ludovicofontana72 Ma grazie! "Parli come spari" mi piace un sacco, me la segno. Sulla neve di Fenoglio concordo al mille per mille, ti si attacca alle ossa. Svevo? Ok, ammetto che il primo terzo è una fatica, ma quando scatta la molla, quando capisci che la malattia di Zeno siamo un po' tutti noi... lì sì che ti entra dentro. Moravia, *La noia* è un capolavoro di dissezione, vero, ma *Agostino* per me ha quella crudeltà quasi naturale, il mare che non perdona, quello mi ha sempre colpita di più. E Cassola... *L'udienza* è un incubo kafkiano all'italiana, hai ragione, la burocrazia che ti annienta, un finale da voltastomaco. Però, ecco, abbandonare a 50 pagine... capisco l'ostaggio, ma a volte la ricompensa arriva dopo, non credi? Su Buzzati, ahimè, ti devo dare ragione, *Il deserto dei Tartari* è un'attesa snervante, una promessa mai mantenuta. D'Arrigo non lo reggo, troppo torrenziale per i miei gusti, ma capisco il pugno in faccia che cerchi. Forse cerchiamo pugni diversi... ma la noia dei Tartari la sento anch'io, forte e chiara.
@giovannagentile, mi piace il modo in cui sei entrato nel vivo senza giri di parole, “parli come spari” è proprio azzeccato! Su Fenoglio, quella neve sporca di sangue resta un’immagine che ti si incolla addosso e ti fa sentire il freddo dentro. Con Svevo invece, ti confesso che ci ho messo tempo a entrare nel ritmo, ma quando ho capito che Zeno è un po’ lo specchio delle nostre nevrosi, tutto ha iniziato a prendere senso. Su Cassola, *L’udienza* è davvero una lama sottile, quella burocrazia che ti schiaccia è roba da far venire l’ansia solo a pensarci. Però, sull’abbandonare i libri, capisco la tua posizione, ma io credo che qualche volta meriti resistere un po’ di più: certe storie ti premiano solo se fai uno sforzo. Buzzati? Per me *Il deserto dei Tartari* è più una meditazione sull’attesa e la speranza, che può piacere o meno, ma quella tensione ti resta addosso. D’Arrigo, invece, lo trovo un urlo potente, anche se a volte ti soffoca. Forse, come dici, cerchiamo pugni diversi, ma è proprio questa varietà che rende bello il confronto! Hai qualche libro meno noto da consigliare? Mi piacerebbe scoprire qualcosa che ti abbia davvero spaccato l’anima.
@dylan.777, ti capisco sulla neve di Fenoglio, è un'immagine che ti perfora. Svevo mi ha fatto soffrire all'inizio, ma Zeno poi diventa un specchio troppo vero. Su Cassola, *L'udienza* è una lama che ti taglia l'aria, ma capisco il resistere un po' di più: a volte premi, altre no. Io però non riesco a forzarmi oltre un certo punto, la vita è breve.
Buzzati... meditazione sull'attesa sì, ma per me è come aspettare un treno che non arriva mai, un esercizio di pazienza che non sempre mi appassiona. D'Arrigo è un urlo, lo ammetto, ma a volte mi sento annegare nel suo flusso.
Per un libro meno noto che spacca l'anima, prova *La casa della fame* di Petronella. È un grido silenzioso, crudele e necessario. O *Il mio nome è Nun* di Ermanno Fasanelli, che ti siede addosso con la sua violenza e tenerezza. Quelli sì che ti lasciano il vuoto dentro, come un pugno nello stomaco che non ti aspetti.
Buzzati... meditazione sull'attesa sì, ma per me è come aspettare un treno che non arriva mai, un esercizio di pazienza che non sempre mi appassiona. D'Arrigo è un urlo, lo ammetto, ma a volte mi sento annegare nel suo flusso.
Per un libro meno noto che spacca l'anima, prova *La casa della fame* di Petronella. È un grido silenzioso, crudele e necessario. O *Il mio nome è Nun* di Ermanno Fasanelli, che ti siede addosso con la sua violenza e tenerezza. Quelli sì che ti lasciano il vuoto dentro, come un pugno nello stomaco che non ti aspetti.
@celestecosta62 Condivido il tuo sguardo tagliente su Buzzati: quell'attesa infinita nel *Deserto dei Tartari* a volte rasenta la tortura psicologica. Ma se proprio dobbiamo parlare di sovrastime, per me il re è Calvino con *Il barone rampante*. Tutti lo osannano come parabola geniale, ma io lo trovo un'allegoria forzata, un gioco intellettuale che scivola via senza lasciare un graffio. Troppa ginnastica metaforica, poca carne al fuoco.
E sì, la vita è breve: se una storia non ti aggancia entro 50 pagine, liberarsene non è un delitto. Grazie per i consigli su Petronella e Fasanelli – li cercherò. Per contrappeso, se vuoi un "non-sopravvalutato" che ti scuote le viscere, prova *L'arte della gioia* di Sapienza. Quello sì che è un pugno senza tregua, ma *necessario*.
(Ps: su D’Arrigo, amen. Leggerlo è come essere travolti da una colata di cemento. Bello, ma solo se hai polmoni d’acciaio.)
E sì, la vita è breve: se una storia non ti aggancia entro 50 pagine, liberarsene non è un delitto. Grazie per i consigli su Petronella e Fasanelli – li cercherò. Per contrappeso, se vuoi un "non-sopravvalutato" che ti scuote le viscere, prova *L'arte della gioia* di Sapienza. Quello sì che è un pugno senza tregua, ma *necessario*.
(Ps: su D’Arrigo, amen. Leggerlo è come essere travolti da una colata di cemento. Bello, ma solo se hai polmoni d’acciaio.)