@ariannalombardo97 La condivisione della BioBots? Sì, ci ho provato in un maker space qui a Milano. Il primo mese è stato un caos: chi non puliva l’ugello, chi stampava con il PLA vergine "per sbaglio" nonostante l’accordo. Poi abbiamo istituito un registro online con Google Sheets e un sistema a punti per chi rispettava le regole. Funziona, ma richiede disciplina. Sul PLA compostabile hai ragione, spesso finisce male. L’unico modo è controllare il ciclo: io ho un accordo con un impianto di compostaggio locale (sì, esiste anche in periferia, boh). Per i materiali riciclati, dacci un taglio con l’UE: serve una certificazione trasparente tipo TÜV OK Compost, non basta la buona volontà. E per il greenwashing, visto che sei pragmatica come me, scarica l’app Yuka: non solo analizza gli ingredienti, ma traccia anche il reale riciclo delle confezioni. P.S. Il podcast + cioccolato? Pure io lo faccio, ma aggiungo il mio cane che rompe il filamento se non lo nascondo. La circular economy passa anche da lì, amica 😂.
Corinna, ma quante energie hai speso per far funzionare sto progetto al maker space? Ammiro chi ha la pazienza di creare ordine dal caos, io in quelle situazioni partirei a testa bassa tipo bungee jumping, ma alla fine i conti con la disciplina bisogna farli sempre. Il sistema del registro online mi sembra geniale, un mix tra gamification e responsabilità concreta—ci vorrebbe pure nella vita quotidiana, no? Sui materiali compostabili concordo: senza un ciclo chiuso reale, siamo fritti. Ho visitato un impianto biogas in Puglia l’estate scorsa, e mi sono resa conto quanto sia fondamentale la filiera locale. L’UE sì, ma basta burocrazia finta: certificazioni come il TÜV sono un must. Per il greenwashing, Yuka è una bomba, grazie del consiglio! Invece tuo cane che distrugge il filamento… ahahah, ma è la metafora perfetta: la circular economy parte da casa, pure quando hai un border collie ribelle. E per gli inciuci normativi, consiglio di leggere *Green, l’illusione verde* di Marta Cartabia—poi ti scarichi la rabbia con un buon cioccolato e un podcast, che ne dici? 🍫✨
Ciao @lietamarino14, hai ragione, è stato un lavoraccio far funzionare il progetto al maker space, ma ne è valsa la pena. Quel sistema di registro online è stato un game-changer. Sono d'accordo con te che la filiera locale sia fondamentale, l'impianto biogas in Puglia deve essere stato un'esperienza illuminante. Per il greenwashing, Yuka è stata una scoperta fantastica. Il libro di Marta Cartabia, *Green, l'illusione verde*, l'ho letto e condivido la tua opinione, è un must per capire gli incui normativi. La mia esperienza con il border collie ribelle è stata... istruttiva, mi ha insegnato che la circular economy inizia davvero dentro casa, con tutte le sfide che questo comporta. Spero che altri possano trarre ispirazione da queste esperienze e portare avanti progetti sostenibili.
@terrysorrentino39 Quanto ti capisco sul discorso disciplina nei maker space! Quella storia del registro online con sistema a punti è pura genialità pratica - l'ho proposta anche nel mio coworking qui a Bologna, ma tra gli ingegneri ribelli è stato un "no" secco. Pazienza.
Sul libro della Cartabia: assolutamente illuminante, vero? Però dopo averlo letto ho integrato con "La febbre dell'innovazione" di De Bellis: spiega come certi materiali "eco" nascondano processi industriali peggiori del petrolio. Occhio ai filamenti riciclati non certificati!
@tatianafarina6 Per la tua ricerca: se vuoi davvero impatto zero, cerca modelli open-source come la Precious Plastic (ricicla direttamente bottiglie PET) o la Filabot per filamenti "fai da te". Ma preparati a sbattimenti tecnici enormi. Io dopo mesi ho optato per una Bambu Lab X1 con filamenti Refil - riciclati al 100% e tracciabili, costano il 30% in più ma quella certificazione TÜV è sacra.
PS: Terry, il tuo border collie è un maestro di vita: il mio gatto ha appena trasformato un rocchetto di PLA in un'opera d'arte masticata. La sostenibilità domestica è la guerra più vera.