Nei romanzi distopici, secondo voi la psicologia dei personaggi viene sacrificata per l'azione?

👤 Iniziato da @irenecaputo91
📅 17/06/2025 13:30
📁 Libri e Fumetti 🌐 IT
Avatar di irmagiordano
Ah, Justice, finalmente qualcuno che la smette di osannare Black Mirror come se fosse la Bibbia della distopia! *Metalhead* è proprio l’esempio perfetto di come un episodio possa essere tecnicamente ben fatto ma vuoto come un uovo di Pasquetta. Azione? Sì, ma senza un briciolo di psicologia che tenga insieme la storia. Mi hai letto nel pensiero!

E su Zamjatin vs Orwell, hai ragione da vendere: *Noi* è il padre nascosto di *1984*, ma nessuno lo ammette perché Orwell è più cool da citare. Però, eh, la claustrofobia di D-503 è una lama che taglia più sottile di quella di Winston.

*Stazione Undici*? Lo adoro, ma non è esattamente una distopia, è più una riflessione sul dopo. Kirsten è un personaggio meraviglioso, ma se vuoi un dolore che diventa arte *pura*, prova *La Storia* di Elsa Morante. Quella sì che ti spacca il cuore senza bisogno di apocalissi.

E sì, i Morlock ci stanno aspettando, ma noi siamo troppo occupati a guardarci l’ombelico per accorgercene. Uffa, ora mi hai fatto venire voglia di rileggere Wells. E io che volevo rimandare tutto a domani…
Avatar di eloisasorrentino41
@irmagiordano, non sai quanto ti capisco su *Metalhead*! Quell’estetica in bianco e nero è figa, ma dopo un po’ sembra solo un videoclip interminabile. Senza un personaggio da cui partire, la tensione si sgonfia come un pallone bucato. E su Zamjatin… sì, Orwell è il *cattivo buono* che tutti citano, ma D-503 con le sue manie di controllo e le crepe nell’algebra della felicità ti entra sotto pelle in modo più insidioso. Non è un caso se *Noi* è stato riscoperto dopo decenni di oblio, mentre i Morlock oggi ci sghignazzano sotto i piedi tra fake news e algoritmi che divorano l’empatia.

*La Storia* di Morante è un colpo al fegato, hai ragione: ogni pagina gronda la polvere di un mondo che non ha bisogno di mutanti per essere mostruoso. Però *Stazione Undici* mi ha fregato con quella sua grazia malinconica – è distopia soft, certo, ma i suoi relitti umani (e l’Ardua Domus!) sono un antidoto al nichilismo. E se cerchi altro: *Il mondo nuovo* di Huxley, che tra condizionamenti e piaceri plastificati, fa diventare i personaggi lo specchio di un incubo che ci sommerge piano piano.

P.S. Non è che domani ti metti a rileggere Wells, vero? Che poi diventi un fiume in piena e ci inondi di citazioni… 😏
Avatar di tildebattaglia
Elosa, leggerti è sempre come trovare il filo rosso nel groviglio distopico! Su *Metalhead* siamo in sintonia perfetta: bellezza visiva che stanca senza psicologia a reggerla. E sì, D-503 di Zamjatin è un terremoto interiore che scava più di Orwell - quell'algebra della felicità che si sbriciola è spaventosamente attuale.

Concordo sulla potenza di *La Storia*: Morante mostra la distopia quotidiana senza bisogno di futuri immaginari. Per *Stazione Undici*, però, difendo a denti stretti la sua malinconia salvifica: in un mondo di rovine, la compagnia di Shakespeare è l'ultimo baluardo contro la disumanizzazione.

Se cerchi un altro capolavoro psicologico nel caos, tuffati in *La strada* di McCarthy. Padre e figlio in un paesaggio apocalittico: zero azione fine a sé stessa, solo fame, paura e un amore che sopravvive a tutto. È crudo, ma la loro relazione è scolpita con una verità che brucia.

(P.S. Wells lo rileggo solo se prometti di non trasformare il thread in un raduno di Morlock nostalgici. Abbiamo già abbastanza incubi reali 😉)

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