Il Nome della Rosa: capolavoro assoluto o romanzo sopravvalutato?

👤 Iniziato da @sunnyzanella
📅 18/06/2025 06:00
📁 Letteratura 🌐 IT
Avatar di sunnyzanella
Ciao a tutti! Rileggendo 'Il Nome della Rosa' di Umberto Eco per la terza volta, mi sorgono dubbi. Da un lato, lo adoro: l'ambientazione storica minuziosa, il giallo filosofico, i riferimenti colti sono da brividi. Eco era un genio nel costruire quell'atmosfera. Dall'altro, ammetto che certe parti sui dibattiti teologici medievali o le lunghe descrizioni architettoniche a volte mi fanno perdere il ritmo. Lo considero comunque un pilastro, però alcuni amici lo trovano pesante e artificioso. Voi che rapporto avete con questo libro? Lo ritenete un capolavoro senza se e senza ma, oppure anche voi avvertite qualche criticità? Fatemi sapere le vostre opinioni e esperienze di lettura!
Avatar di cameronleone
Ciao Sunnyzanella! Ottima questione, "Il Nome della Rosa" è uno di quei libri che dividono. Capisco perfettamente i tuoi dubbi. Io l'ho letto anni fa, durante un periodo in cui ero affascinato dal Medioevo prima di un viaggio in Toscana. L'atmosfera è pazzesca, ti catapulta dentro, e il giallo funziona alla grande, ti tiene incollato. Però, sì, le parti sui dibattiti teologici sono una bella sfida, a volte mi sono sentito perso anch'io, come se Eco volesse *troppo* dimostrare la sua erudizione. Non direi sopravvalutato, perché comunque è un'opera che ha segnato, ma "capolavoro assoluto senza se e senza ma"... forse no. Ha i suoi passaggi un po' faticosi. Diciamo che è un libro per cui devi essere nel mood giusto, non una lettura leggera da spiaggia.
Avatar di matildegallo95
Sono tornata a *Il Nome della Rosa* dopo anni e sì, è un libro che richiede una certa "disposizione d’animo". Eco non è mai stato leggero, ma qui la complessità non è solo intellettuale: è una scelta narrativa precisa. Certo, quelle pagine sulle dispute francescane o sulla teologia ti costringono a rallentare, quasi come se dovessi "vivere" il ritmo lento del Medioevo. Io però non le vedo come peso: quelle parti sono il cuore del giallo, non solo un pretesto. La biblioteca non è un set, è un labirinto di idee. Detto questo, non è per tutti. Se cerchi azione pura, vai di *Dan Brown* e amen. Però chi ama scavare nei contesti storici, chi apprezza un thriller che ti obbliga a riflettere sulla verità e sul potere (sì, anche politicamente), beh… qui c’è un livello che pochi hanno toccato. E no, non è artificioso: è come entrare in un affresco di Giotto. Pure i "tempi morti" contano, se sai ascoltarli.
Avatar di mauramartinelli13
Ah Sunny, che tema spinoso! Io adoro quel libro, ma capisco benissimo i tuoi dubbi. La prima volta che l'ho letto a 19 anni ho rischiato di abbandonarlo almeno tre volte durante i monologhi su Aristotele! Però poi... che scoperta. Quell'atmosfera claustrofobica nella biblioteca-labirinto, Adso che cresce tra misteri e paure, Guglielmo che smaschera ipocrisie con la logica... roba da pelle d'oca!

Sí, Eco a volte esagera coi virtuosismi (quelle 10 pagine sull'architettura della chiesa? Madonna...), ma secondo me quei "mattòni" servono proprio a farti sentire la lentezza medievale. È come quando esci da un concerto rock assordante e ci metti mezz'ora a riabituarti al silenzio: qui devi acclimatarti al ritmo del '300.

Matilde ha ragione: non è un thriller da metropolitana, è un banchetto culturale. Se vai cercando l'adrenalina di Dan Brown resti deluso, ma se ti lasci prendere dal gioco filosofico - potere vs conoscenza, fede vs ragione - è una goduria pura. Poi vabbè, il finale con quella risata liberatoria sull'"unica verità"? Capolavoro.

Però lo rileggo solo quando ho voglia di impegnarmi, mai di lunedì mattina dopo una festa! Ahah!

#EcoForever
Avatar di skylombardo75
Madonna Sunnyzanella, ti capisco benissimo! Anche io l'ho riletto tre volte e ogni volta è un terno al lotto: adori i colpi di genio (la biblioteca labirinto? Pura follia narrativa) ma certi pipponi teologici ti fanno venire voglia di lanciare il libro dalla finestra. Eco era un mostro di cultura, sì, ma a volte sembrava che scrivesse per sfoggiare l'enciclopedia Treccani che aveva in testa più che per raccontare una storia.

Però ecco, secondo me Matildegallo95 ha ragione su una cosa: quelle pagine "lente" non sono un difetto. Sono come quando ti fermi a guardare un affresco in una chiesa: se corri, vedi solo macchie. Lì devi respirare l'aria pesante del medioevo, farti prendere da quel ronzio di dispute su eresie che oggi sembrano follia. È un libro che ti costringe a *stare*, non a divorare.

Personalmente? Non è perfetto. Quelle 10 pagine sulla facciata dell'abbazia le skippo sempre al rileggere, lo ammetto. Ma il cuore del giallo, Adso che sbava per la ragazza, Guglielmo che smonta fanatismi con la logica... quello resta geniale. Capolavoro? Sì, ma solo se accetti che sia un *banchetto*, non un panino al volo. Consiglio: leggi a scoppio. Quando ti annoi, salta pure. Tanto l’atmosfera te la porti dietro uguale.
Avatar di noaleone35
Che dibattito interessante! Sono d'accordo con chi ha detto che "Il Nome della Rosa" non è un libro per tutti, ma proprio per questo è un capolavoro. Eco non voleva scrivere un giallo tradizionale, ma immergerti completamente in quel mondo medievale, con tutte le sue contraddizioni e complessità.

Sì, alcune parti sono pesanti – quelle descrizioni architettoniche le ho saltate anch’io alla seconda lettura – ma il bello è che il libro ti obbliga a rallentare, a entrare in quella mentalità. Non è un difetto, è una scelta. Ad esempio, i dibattiti teologici che sembrano noiosi sono fondamentali per capire la posta in gioco: la conoscenza contro il dogmatismo.

E poi, che personaggi! Guglielmo è un detective geniale, ma è Adso con la sua ingenuità e quel desiderio struggente per la ragazza che mi ha conquistato. Quella scena del bacio nel grano? Una delle più potenti che abbia mai letto.

Quindi no, non è perfetto, ma è un libro che ti cambia, che ti fa pensare. E se qualcuno lo trova sopravvalutato, probabilmente non è il libro per lui. Ma per chi ama la profondità, resta un’esperienza unica.
Avatar di damoclemartinelli
Sunnyzanella, parto da una certezza: quel libro è una miniera d'oro per chi sa scavare. Anch'io, alla prima lettura, ho sbuffato sui trattati teologici – ti giuro, la disputa sugli abiti di Cristo mi ha fatto posare il libro per una settimana. Ma è proprio lì il genio di Eco: non ti regala un thriller, ti costringe a entrare nella mente del XIV secolo con tutta la sua ossessiva, lentissima profondità.

Quei "mattòni" architettonici? Sono la colonna sonora del labirinto. Senza quelle mura che pesano come macigni sulle pagine, la biblioteca non avrebbe lo stesso brivido claustrofobico. Sì, skylombardo75 ha ragione: è come studiare un affresco. Se corri, perdi la pietà che trema negli occhi di un santo.

Però ecco, la mia gratitudine va alla struttura stessa del giallo: ogni simbolo, ogni manoscritto proibito, è un atto d'amore per la conoscenza che sopravvive alla censura. E Adso che brucia nel desiderio? Quella fragilità umana in mezzo a tanta erudizione è ciò che mi fa riaprire il libro. Saltiamo pure qualche pagina sul secondo capitello a sinistra (lo faccio anch'io!), ma il cuore batte dove Guglielmo sussurra: "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus". Capolavoro? Sì, ma solo per chi accetta di sudare salendo la montagna. La vista dalla cima ripaga ogni fatica.
Avatar di sunnyzanella
Damoclemartinelli, grazie per questo commento che mi ha fatto riaccendere l'entusiasmo! Hai centrato proprio il mio conflitto: la fatica della scalata vs. la ricompensa della cima. È vero, quelle pagine "mattòne" sono necessarie per creare l'ossessività claustrofobica dell'abbazia. E la tua osservazione su Adso è fondamentale: è la sua umanità a salvare il libro dall'essere un trattato. Mi hai convinto che il valore sta proprio in quel sudore intellettuale. Prossima rilettura salterò meno capitelli, promesso!

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