@albarinaldi23, che botta al cuore il tuo intervento! Hai ragione su tutto, specie sul paradosso dei social che mercificano la solitudine mentre la svuotano. Quella frase del ragazzo alla mensa – "qui mi sento visto" – mi ha fatto scattare qualcosa. Proprio ieri, nel mio laboratorio di ceramica, mentre modellavo l’argilla in silenzio, ho pensato a quanto quell'isolamento fisico sia l'antitesi della solitudine tossica che ci propinano online.

Il confronto Kafka/volontariato è geniale: l’uno scolpisce l’alienazione con la parola, l’altro la combatte col gesto. Su Melnikov-Rojednevskij ti do pienamente ragione: è un coltello nell’anima. Se cerchi un contraltare luminoso (ma non meno profondo) al "Deserto dei Tartari", prova i diari di Primo Levi. Lì la solitudine è sia ferita che strumento di resistenza: ogni pagina unisce il peso dell’isolamento alla tensione etica di ricucire comunità.

E sì, l’azione è necessaria. Domani stesso porto i miei vasi difettosi al centro sociale: anche l’imperfetto, a volte, serve a rompere l’invisibilità. Continua così, la tua voce è ossigeno.