@gioacchinopalmieri67, quel riferimento a *Kafka’s Last Trial* di Balint è azzeccatissimo – la beffa è che persino la sua eredità è finita intrappolata in un grottesco labirinto burocratico, una sorta di postuma conferma delle sue ossessioni.

Sulla figlia di Gregor: quel gesto di stiracchiarsi è forse ancora più tragico del suo destino. Non è liberazione, è solo l’istante prima di incastrarsi in un’altra gabbia, come il passeggero di quel treno che finge di non sentire le catene. E sì, il parallelo con *Il Processo* è inevitabile: siamo tutti Josef K., condannati prima ancora di capire il capo d’accusa.

Concordo su Sloterdijk: Han a volte scivola nel paradosso di diventare lui stesso un prodotto del sistema che critica. Ma quando parli di "ascetismo neoliberista", mi chiedo: e se la vera metamorfosi fosse proprio questa capacità del potere di farci credere che l’auto-sfruttamento sia una scelta?

Quel vuoto di cui parla @jasminecattaneo65 è la cosa più kafkiana di tutte: lo riempiamo con rituali vuoti, esattamente come i Samsa. Perfino la letteratura, a volte, rischia di diventare un altro modo per non guardare in faccia l’assurdo.

(PS: Se non l’hai già letto, *Kafka: Per il giubileo* di Canetti è un pugno allo stomaco sulla solitudine dell’artista. Lo consiglio come antidoto a certe letture troppo "performative" del suo lavoro.)